Pesce in vendita: “Può contenere petrolio e metano”

Lo sapete quanto serve per smaltire un rifiuto non biodegradabile gettato in acqua?
Ecco alcuni esempi:
• Un fazzoletto di carta=3 mesi
• Un mozzicone di sigaretta=da 1 a 5 anni
• Una busta di plastica=da 10 a 20 anni
• Una lattina di alluminio=500 anni
• Una bottiglia di vetro=1000 anni
• Un imballaggio in polistirolo =1000 anni
• Una gomma da masticare =5 anni
• Una lattina d'alluminio per bibite =500 anni
• Schede telefoniche, ricariche e simili =1000 anni
• Giornali e riviste =2 mesi
• Accendino di plastica =100-1000 anni
• Un pannolino usa e getta =circa 200 anni
• Indumenti di lana o cotone =8-10 mesi
• Tessuti sintetici =500 anni
(fonte: Errediweb)

Ora soffermiamoci sulla PLASTICA.
Quanto serve per smaltirla?
In genere dai 100 ai 1000 anni!
In genere la plastica tende a spezzettarsi in piccoli pezzi, sempre più piccoli fino a decomporsi e smaltirsi totalmente.
Ora cerchiamo di capire di cos'è composta la plastica.
LA PLASTICA È COMPOSTA DA PETROLIO E METANO.
Per la precisione: La plastica si ottiene da composti di carbonio e idrogeno chiamati “monomeri” e si ricavano dal petrolio e dal metano.
Cosa succede quando un oggetto in plastica rimane in mare?
Si spezzetta in parti sempre più piccole e spesso viene scambiato per cibo dai pesci e altri abitanti del mare.
E poi?Beh, dopo, il pesce ingrassato e imbottito di petrolio e metano (due sostanze estremamente tossiche per un organismo vivente!) finisce in tavola.

Sulle nostre tavole!
E così, quelli imbottiti di plastica, petrolio e metano, siamo noi!

I più ottimisti di voi penseranno che questo non è così grave, ma forse non sapete che esistono vere e proprie isole di plastica, come Il Pacific Trash Vortex, noto anche come grande chiazza di immondizia del Pacifico o semplicemente Isola di plastica, è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell'Oceano Pacifico. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un'area più grande della Penisola Iberica a un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell'Oceano Pacifico per un ammontare complessivo della sola plastica dell'area in un totale di 3 milioni di tonnellate, nell'area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.
Una chiazza di detriti galleggianti simile, con densità comparabili, è presente anche nell'Oceano Atlantico (chiamata "North Atlantic garbage patch"). Molti animali come tartarughe e uccelli muoiono a causa di questi detriti, scambiati talvolta per meduse o pesci.
E il nostro caro e adorato Mediterraneo?
Secondo il post su Repubblica.itIl Mediterraneo è diventato una zuppa di plastica. Un chilometro quadro, nei mari italiani, ne contiene in superficie fino a 10 chili. È questo il record del Tirreno settentrionale, fra Corsica e Toscana. Attorno a Sardegna, Sicilia e coste pugliesi, la media è invece di 2 chili. Sono valori superiori perfino alla famigerata “isola di plastica” nel vortice del Pacifico del nord: un’area di circa un milione di chilometri quadri in cui le correnti accumulano la spazzatura dell’oceano. Qui la densità delle microplastiche - i frammenti di pochi millimetri da cui è formata la “zuppa” - è di 335mila ogni chilometro quadro. Nel Mediterraneo arriva a 1,25 milioni. Per evitarlo, tutta la spazzatura dovrebbe andare nei cassonetti anziché nell’ambiente.”.
Complimenti!
Chissà che forse tra qualche anno negli ingredienti scritti sui surgelati di pesce non ci sia scritto “Può contenere petrolio e metano”!
Ma intanto Buon Appetito!
E non stupitevi se vi ammalate!
Ma vi ricordo che non potete prendervela con nessuno perché è l’uomo che inquina e nessun’altro.
Non per niente, è stato riscontrato che il 90% della plastica presente nei mari e oceani, deriva dai fiumi, in particolare da 10 di questi: Yangtze, Xi e Huanpu in Cina, del Gange in India, dell'Oyono al confine tra Camerun e Nigeria, di Brantas e Solo in Indonesia, del rio delle Amazzoni, per lo più in Brasile, del Pasig nelle Filippine e dell'Irrawaddy in Birmania.
Questo è quanto emerge da uno studio tedesco pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology dell'American Chemical Society.

Infine recenti studi hanno riscontrato contaminazioni anche nell'acqua potabile.
Ovviamente a tutto questo c'è da aggiungere il fenomeno delle perdite di petrolio alle petroliere che navigano nei mari, come quella cinese che sta creando un disastro ambientale di proporzioni gigantesche con una chiazza di petrolio che copre 330 km quadrati nel mare cinese meridionale, come informa Msn.

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